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RAI DIGITAL E IL DIFFICILE RAPPORTO CON IL WEB

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18 Mesi fa la RAI decise di abbandonare Youtube, per gestire in proprio la raccolta pubblicitaria legata ai contenuti online. Per Michele Anzaldi la scelta si è rivelata poco fruttuosa.

Roma. Del difficile rapporto tra i Broadcaster di casa nostra e il web ne conosciamo ogni dettaglio, del vantaggio competitivo che la scelta autarchica operata da alcune media company apporta forse ne sappiamo un po’ meno.
A distanza di 18 mesi dall’abbandono di Youtube da parte delle emittenti di Servizio Pubblico Michele Anzaldi, membro della commissione di vigilanza RAI, ha deciso di rendere pubblici i dati relativi al cambio di direzione, dichiarando che l’abbandono della piattaforma è costato 700.000 euro annui di mancati introiti pubblicitari.
Il cambio di direzione in merito alla diffusione e valorizzazione dei contenuti video destò scalpore tra gli addetti ai lavori e non, che vedevano la scelta in conflitto con quella che è la mission del Servizio Pubblico; rendere disponibili i propri contenuti a tutti, su qualsiasi superficie a schermo e nella maniera più agevole possibile.
La chiusura nei confronti di Youtube faceva però parte di una precisa strategia, tesa a valorizzare il traffico sul sito web rai.tv e su tutti i canali istituzionali. In poche parole, il meccanismo di revenue sharing operato dal colosso di Mountain view non convinceva i vertici di Viale Mazzini, convinti che attraverso il sito sarebbero riusciti a compensare facilmente i mancanti introiti.
La scelta attuata da RAI si muoveva in maniera complementare a quella operata qualche anno fa da Mediaset, che non solo si impegnò ad imporre la rimozione dei contenuti di proprietà esclusiva RTI, ma avanzò anche una richiesta danni milionaria nei confronti di Google, rea di permettere a chiunque di caricare filmati di qualsiasi natura, in aperta violazione del copyright.
La posizione assunta da Cologno Monzese guardava ai mancati introiti derivanti dallo scarso traffico generato sui siti istituzionali, ma qualche settimana fa il biscione si è visto costretto a rivedere le proprie posizioni, siglando un accordo di partnership che ottimizza lo sviluppo digitale del brand Mediaset sul web e garantisce la protezione del diritto d’autore.


In un contesto caratterizzato dalla moltiplicazione delle esperienze di visione, che permette ai contenuti televisivi di fluire attraverso varie superfici a schermo e di essere guardati in qualsiasi posto o momento della giornata in maniera personalizzata, la scelta di abbandonare le piattaforme con le quali i pubblici hanno maggiore familiarità sembra poco strategica. Non tutti i Broadcaster hanno però optato per la via autarchica.

L’emittente La7 ha da molti anni deciso di valorizzare il proprio brand e i propri contenuti attraverso Youtube, utilizzato in ottica integrativa rispetto al sito La7.tv, con l’unica differenza che attraverso il sito è possibile visionare tutti i canali in livestreaming e fruire dei singoli contenuti in modalità catch-up.
Sulla strategia da seguire per la valorizzazione dei Brand televisivi sul web pochi hanno ancora le idee chiare, l’unica considerazione rimane quella che Youtube permette a tutti di ottenere visibilità a basso costo, incrementando l’audience potenziale e l’appetibilità dei contenuti in programmazione. La piattaforma è popolata anche dai giovani, sui quali RAI ha difficoltà ad implementare un’efficace strategia d’ingaggio.
RAI sui media digitali ha provato ad investire, anche se non sappiamo quanto l’esperimento RAY abbia funzionato, ma sono fiducioso sul nuovo corso impostato dal DG Campo Dall’Orto per Rai Digital.
In conclusione azzardo un’ipotesi. Il nostro servizio pubblico dispone di una mole sconfinata di contenuti d’archivio, in gran parte digitalizzati e resi fruibili attraverso il sito Rai.tv. Se provassimo a organizzare i contenuti in playlist e categorie rendendoli fruibili anche su Youtube? Sappiamo benissimo che buona parte delle esperienze di visione sulla piattaforma è dato dai video correlati presenti a destra del player principale, per RAI si muoverebbe tutto in ottica di valorizzazione del materiale d’archivio, fornendo a costo zero una buona opportunità di monetizzazione.

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